Da Albi e Cartelle. Espressioni Grafiche di Artisti dell'800 e del 900

Torino, Galleria d'Arte Fogliato
(omaggio a Ugo Malvano)
Dal 6 al 21 dicembre. Come consuetudine, la Galleria Fogliato dedica la rassegna ”Da Albi e cartelle. Espressioni Grafiche di artisti dell'800 e 900” a uno degli artisti presenti in mostra, riservandogli un ampio spazio espositivo e permettendo di avvicinarsi maggiormente all'attività espressiva del pittore attraverso la presentazione di una ricca panoramica della sua produzione grafica. Quest'anno la mostra è dedicata a Ugo Malvano, di cui sono esposti 40 disegni a matita su carta, tutti datati 1944-45, oltre a 12 piccoli studi (a matita o inchiostro) realizzati in Francia negli anni 1920-25. Presentazione in catalogo di Pino Mantovani, che qui riproponiamo: ” Per la mostra postuma di Ugo Malvano a La Bussola di Torino, nel 1953, Alberto Rossi scrive su La Stampa una puntuale recensione; ne riportiamo uno stralcio: ” la sua una ricerca tonale che prende le mosse da un impressionismo filtrato traverso un animo meditante e pensoso, un poco crepuscolare, invece che riversato con immediatezza sulle apparenze esteriori. E un certo accanimento, un certo rigore a tutta prima poco appariscente, fanno talvolta pensare alla volontà essenziale di un Cézanne, esempio che senza dubbio gli fu vivo nella mente. Anche i disegni, quasi tutti compiuti durante il periodo clandestino, nel '44, testimoniano di una ricerca di essenzialità luminosa, che può far venire in mente un Seurat, un Medardo Rosso. Sono cose sensibilissime, intrise di luce appena vibrante”. (Il riferimento a Medardo Rosso può sembrare curioso, ma è finissimo, se si pensa a quel plasmare l'immagine per via di luce senza distrazioni cromatiche, così tipico soprattutto dell'ultimo Malvano). Già Nella Marchesini, pittrice di altra formazione ma di grande sensibilità, presentando l'opera del marito sul semplicissimo depliant in occasione della mostra, sottolinea che ”nel dipingere Ugo non ha mai messo davanti se stesso, ma trova un'inesauribile sorgente di entusiasmo, una sollecitazione commossa in quel che gli viene incontro o gli sta davanti. come un dialogare schietto e affettuoso, senza malintesi”. Direi che, nei due interventi, viene delineato con precisione - in un caso investendo l'intimo rapporto umano, nell'altro l'intelligenza dell'arte fra Ottocento e Novecento - il caso singolare di Ugo Malvano; specialmente nella sua fase conclusiva, dove la naturale propensione al rigore, la ricerca puntigliosa della ”schietta forma delle cose e con la forma della loro schietta poesia”, le difficoltà operative che riguardano prima i materiali poi il loro controllo, si intrecciano con la consapevolezza malinconica e severa della precarietà dell'esistere. Così la 'essenzialità' diventa il segno di una 'volontà' che è insieme stilistica e morale; mentre l'immagine, libera da qualsiasi ”piacevolezza e svolazzo sentimentale”, rappresenta ”il solo modo completo e soddisfacente di esistere” (L. Carluccio). Anche a costo di fatica, non come condanna ma come pegno per meritare soddisfazione. Che un pittore di questa specie, in una stagione difficilissima della sua vita, abbia realizzato alcuni degli esiti più alti con gli strumenti più semplici, è plausibile anzi inevitabile. Se per anni aveva praticato il disegno specialmente in punta di grafite come supporto alla pittura, tra il '44 e il '45, a Pecetto e a Rosero sulla collina torinese dove si è rifugiato con la famiglia, Malvano porta il disegno in primissimo piano: non perché abbia liquidato la pittura, che infatti riprenderà appena possibile, ma perché in quel momento la forma più essenziale della pittura gli sembra proprio il disegno. Certamente - come riferiscono i figli che dell'epoca hanno ricordi precisi - gli mancavano i colori ed era difficilissimo procurarsene nella clandestinità, ma l'evidenza dei risultati convince che nel disegno l'artista riusciva a trovare tutto quello che cercava da pittore: la massima concentrazione dell'immagine, la giustezza dei toni, la continua vibrazione tessuta con un movimento semplice solo apparentemente ripetitivo della mano e dello strumento, l'attenzione a non saturare le superfici e non impastare la materia per trattenere la maggior quantità di luce, anche dove l'infittirsi della trama dichiarava la presenza prevalente dell'ombra. Di fatto, l'ombra - la penombra - è una quantità e una qualità della luce; e la luce è una variabile dell'ombra (le carte che utilizza, anche prima di ingiallire, sono corpose, mai vergini né astrattamente pure, sontuosamente povere). Nei paesaggi (boschi o comunque densità di vegetazione), nelle nature morte (cibi e cose di cucina), negli interni rustici (senza sentimentalismi), Malvano realizza il suo sogno di un'arte essenziale, non come sublimazione metafisica o stilistica ma come riduzione e concentrazione, per così dire precipitazione dello spirituale nel grado ultimo della povertà materiale, della stretta necessità vitale e insieme della evidenza espressiva. A conclusione, un giudizio di Cino Bozzetti, amico carissimo e artista altrettanto rigoroso: ”La tua arte è difficilissima a essere capita e a non essere confusa con ciò di cui si è abusato. ”